Letteratura straniera

Una Vita di Poesia: Agota Kristof

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Vivere

Nascere
Piangere succhiare bere mangiare dormire aver paura
Amare
Giocare camminare parlare andare avanti ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare
Battersi mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare fuggire ritornare
Danzare cantare sperare
Amare
Alzarsi andare a letto lavorare produrre
Innaffiare piantare mietere cucinare lavare
Stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare
Perdonare guarire angosciarsi aspettare
Amare
Lasciarsi soffrire viaggiare dimenticare
Raggrinzirsi svuotarsi affaticarsi
Morire.

Agota Kristof

Agota Kristof è stata tra le voci che maggiormente hanno rappresentato le controversie del ‘900, ricco sia di enormi aspettative per il futuro, con la modernità che pian piano si faceva sempre più presente nel mondo, e sia dei drammi della guerra, dovuta al desiderio di potere a cui l’uomo aspira. Dall’incontro tra l’animo sensibile di Agota e la durezza della vita, nasce la sua poesia, appuntita come “Chiodi”.

Spesso ci si stupisce di quanto l’arte possa affiancarsi ad opere disumane, che lasciano in chi le medita un senso di vuoto e sgomento; basti bensare a Goya, Munch, a Caravaggio, capaci di sovvertire quel dogma secondo cui l’arte innalza l’animo dell’uomo avvicinandolo ad una condizione di estasi. Agota si inserisce in questa speciale classe di artisti, in quanto con la sua poesia non eleva l’uomo ma lo rivela per ciò che realmente è, portandolo al piano più essenziale dell’esistenza. E di fatto, recitando i suoi versi, si respira la vita reale in componimenti come “In fabbrica”, “Il condannato” o “Chiodi”, da cui prende nome la sua raccolta di poesie. Il suo modo di scrivere è corrotto dall’esperienza di aver vissuto lontana dalla sua terra natia, l’Ungheria, a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere le rivolte contro la Russia, costringendola ad emigrare appena ventenne in Svizzera con la figlia e a lavorare in fabbrica per sostenersi. Questa improvvisa rottura tra ciò che era, l’idillio del suo paese natale, e ciò che sarà, il trasloco in una terra sconosciuta e lontana dai suoi affetti, le lacererà l’animo tanto da affermare che “due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. Da quella fuga, leggendo le sue pagine, si può scorgere una costante malinconia per il tempo passato nel villaggio dove era nata ma questa sensazione non è accompagnata dalla dolcezza dei ricordi di quei momenti ma dal risentimento e dalla tristezza di aver perso per sempre quella sua piccola ma ideale realtà. Per queste ragioni Agota nelle sue poesie tratta costantemente tematiche come l’abbandono, l’isolamento, la morte senza lasciare al lettore nessuno spiraglio di speranza, reclusa ormai al passato che non potrà più tornare.

Ancora una volta, il dramma della vita ha cambiato l’animo di un uomo rendendolo più grande e complesso di quello che sarebbe stato se non fosse mai stato toccato dalle difficoltà a dalle tragedie. Tutto questo ci ha consegnato a noi lettori una poetessa che ha dedicato la sua vita alla ricerca di una umanità perduta, di una realtà che va oltre la carne a cui costantemente aneliamo quando ci chiediamo”Chi sono io?”. Ma qual’è stato il prezzo dell’artista per questa scoperta?

Con quanto detto, inauguro un ciclo di articoli in cui verrà analizzato in che modo la vita ha cambiato l’uomo rendendo quest’ultimo un poeta.