Letteratura

#pilloleinfernali:ep.8 – ARGENTI VIVE

flegiasConoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio entrano all’inferno e incontrano gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale. Arrivato sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio: tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio, dove incontrano i primi veri peccatori: i lussuriosi che, travolti continuamente da un’incessante bufera, subiscono il contrappasso per analogia. Dante si concentra su Paolo e Francesca, due giovani vittime di un amore illegittimo e al centro dei fatti di cronaca del Duecento. Successivamente si arriva nel terzo cerchio custodito dal cane a tre teste Cerbero: qui vi sono i golosi immersi in un fango puzzolente che viene alimentato da grandine e neve sporca. Sono costretti ad ingerire continuamente ciò che scende dal cielo infernale senza mai sentirsi sazi. Dante incontra il concittadino Ciacco che gli predice l’esilio spiegando i motivi profondi del dissidi tra fiorentini. Superato il quarto cerchio si passa nel quinto, quello custodito dal demone Plutone e dove son puniti avari e prodighi, costretti a spingere macigni che rappresentano il denaro: un peso e un ostacolo sul cammino che non porterà mai a una soddisfazione definitiva. Dopo un breve ma intenso dibattito sulla Fortuna destinata agli uomini, Dante e Virgilio arrivano ai piedi di una torre ubicata nelle acque stagnanti dello Stige, la palude che inghiotte gli iracondi.

In realtà, prima di arrivarci, Dante scorge in cima una fiaccola che manda segnali a un’altra più lontana. Incuriosito, domanda al maestro: “Chi ha fatto tutto ciò? Che vuol dire, c’è qualcuno che manda segnali? Ci sono pericoli?? Aiutami mio pozzo di sapienza!”, e a noi piace immaginarlo che tira i vestiti di Virgilio mentre palesa tutte le sue perplessità. “Figlio mio, e che pazienza ci vuole con te! Aspetta un attimo che adesso lo capirai da solo, basta che guardi le acque putride che hai davanti agli occhi!” Nemmeno il tempo di discutere che, come la freccia più veloce che scocca dall’arco, arriva la barchetta guidata da Flegiàs, personaggio mitologico ed eretico (aveva bruciato il tempio di Apollo per vendicare sua figlia Coronide, sedotta dallo stesso Dio). Il ruolo che Dante autore attribuisce a Flegiàs non è ben chiaro: c’è chi ipotizza sia un traghettatore, chi un custode, chi un semplice dannato; tuttavia, essendo già nel cuore dell’inferno e quindi oltre il giudizio di Minosse, viene più facile pensare che a lui è affidato il compito di gettare gli iracondi nella melma paludosa, come si capirà più avanti. “Ti ho preso finalmente, anima infame!”, urla il cocchiere. E Virgilio…dai che lo sapete cosa fa Virgilio, ma è sempre meglio ricordarlo: “Flegiàs, ma che te strilli? Fai il bravo e portaci all’altra sponda della palude.” Allora il traghettatore, capendo che il viaggio è voluto dalla divina provvidenza, si chiude in un “muto rancore”. Dante e Virgilio salgono così sulla barchetta e iniziano a navigare le acque dello Stige.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima 3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. 6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”. 9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”. 12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta 15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”. 18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”. 21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. 24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca. 27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui. 30

Mentre proseguono, una delle anime dannate viene fuori dal pantano e nuota in direzione della barchetta; tutto infangata e adirata urla: “E tu chi sei? Cosa ci fai in questo luogo prima del tempo?”, rivolgendosi naturalmente a Dante. Che replica immediatamente: “Sono solo di passaggio, ma chi sei tu piuttosto, così brutto e tutto infangato?” Ci costa dirlo, ma qui il nostro poeta un po’ se l’è cercata e ci ha fatto la figura del “capitan ovvio”. “Sono un dannato, cos’altro sennò?!?” Il dannato in questione è Filippo Argenti, membro di una famiglia fiorentina rivale a quella dell’Alighieri. Si narra che una volta prese a schiaffi Dante, suo vicino di casa, poiché non aveva messo una buona parola al fine di risollevarlo da certi problemi giudiziari. E’ evidente che il Dante autore lo colloca all’inferno, tra gli iracondi, per una rivincita personale. Infatti esclama: “Resta qui a piangere e soffrire, spirito maledetto: ti ho riconosciuto sai, anche se sei tutto sporco e infangato!” A questo punto l’Argenti che badate bene, è pur sempre uno bello incazzato e che sarebbe meglio non provocare, si attacca con entrambe le mani alla barchetta per farlo cadere ma Virigilio subito lo respinge con un bel calcio sulle gengive. Successivamente prende Dante tra le braccia, come un padre prende un figlio, ed esclama: “Finalmente fai l’uomo! Bello mio! Così ti voglio!”

Come ci spiega Nembrini, Virgilio riconosce nel suo allievo un cambiamento, una crescita, e gioisce per quello; tuttavia occorre necessario riportare anche l’interpretazione dello stesso docente bergamasco sulla differenza tra un’ira e l’altra, e cioè tra quella di Filippo Argenti e di Dante. La prima, quella per cui si va all’inferno e si patisce una simile pena, è un cedimento alla violenza che finisce col logorarti, perché il desiderio di vendetta è perenne e domina la tua esistenza; la seconda invece è nella posizione opposta, vale a dire quella dell’umile che rifiuta la prepotenza. Il disprezzo e la rabbia di Dante verso l’Argenti sono giusti perché esprimono un distacco da quel tipo di condizione. Quindi, anche se apparentemente lo scontro tra i due è dominato dall’ira, bisogna riconoscere la natura dell’una e dell’altra. “Maestro” – riprende Dante – “prima di lasciare questo posto mi piacerebbe vederlo sprofondare definitivamente nella melma”. E così accade: Filippo Argenti, aggredito dagli altri iracondi che urlano il suo nome, sprofonda subendo uno strazio per il quale Dante (parole sue) […]che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”. 33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”. 36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”. 39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”. 42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse! 45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa. 48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”. 51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”. 54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”. 57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti. 63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro. 66

Arrivati in prossimità dell’altra parte della palude, Virgilio riprende la parola: “Figlio mio, siamo ormai vicini alla città di Dite, con i suoi cittadini arrabbiati e sofferenti, presidiata da molti demoni.” E Dante: “Sinceramente qualcosa avevo capito, perché è da qualche minuto che noto quelle torri e quelle mura imponenti verso le quali ci avviciniamo sempre di più.” Questa città, così misteriosa e tenebrosa, è di fatto l’ostacolo da superare per passare nel cerchio successivo, il sesto. Dopo aver congedato Flegiàs, i due poeti arrivano al cospetto delle porte dove più diavoli urlano rabbiosamente: “Chi siete? E chi è soprattutto quell’anima viva che attraversa questo regno senza esser morto?” Virgilio, per la prima volta, non agisce “like a boss” ma ha un approccio diplomatico scegliendo, col dito alzato a mò di cliente che richiama l’attenzione del cameriere, di poter parlare con loro in disparte e con calma. Del resto, come biasimarlo: non è cosa di tutti i giorni andare a colloquio con una schiera di demoni infuocati. “Va bene, vieni con noi in disparte, ma quello che ti porti appresso se ne vada pure e non osi entrare nel nostro regno! Anzi, che se ne ritorni indietro da solo, se ne è capace, visto che è arrivato qui solo grazie a te!” Qui parafrasiamo letteralmente ciò che Dante scrive, proprio per dare l’idea dello sconforto che gli viene dopo aver ascoltato quelle parole: “Pensa, o mio lettore, che sconforto mi prese ascoltando quelle parole maledette, perché pensai che non sarei più ritornato a casa”.

Anche in questo caso Nembrini ci dà la sua fondamentale chiave di lettura. Dante è già cresciuto molto in questo percorso, in questi otto episodi. E’ passato dall’indietreggiare dinanzi alle porte infernali all’offendere un’anima dannata che lo aggredisce. Insomma, ha acquisito e sta acquisendo una certa autorità. Ma tutto questo non va confuso con la presunzione, con la convinzione di cavarsela da solo: appena Virgilio si allontana da lui, appena si manifesta la possibilità di doversi distaccare dalla sua guida, Dante va in panico e ristabilisce, consapevolmente da autore e inconsapevolmente da protagonista, la gerarchia tra allievo e maestro. Che si traduce inevitabilmente come necessità di seguire una retta via, un bene superiore.

“Oh mio maestro, tu che mi hai messo al sicuro infinite volte, ti prego non mi abbandonare! Sono molto impaurito, e se non ci lasciano proseguire non fa nulla, torniamo indietro insieme!” Così Dante, come un marinaio che teme di perdere la rotta, implora il suo maestro di non lasciarlo lì da solo. E Virgilio: “Non avere paura: nessuno può impedirci di passare, ricorda sempre chi ha voluto questo viaggio! Fatti coraggio e aspettami qui, non ti abbandonerò.” Una bel bacetto ci sarebbe stato, in tutta onestà, ma nel medioevo queste cose non le capivano e soprattutto non le avrebbero capite. Verso la fine dell’episodio Virgilio va a discutere con quei demoni rabbiosi che, arroganti, decidono di impedirgli il passo rispendendolo a testa bassa dal suo allievo. Quest’ultimo, trovandosi in imbarazzo, cerca di confortarlo. Ma il nostro Virgilio è sempre il numero uno, è sempre colui che ha zittito Caronte, e Minosse, e poi Cerbero e poi Argenti. Non può arrendersi così. E infatti: “Sono arrabbiato come non mai figlio mio, guarda un po’ con chi devo avere a che fare! Ma stai tranquillo perché io questa sfida la vincerò, chiunque protegga quelle dannate mura. Del resto dovevo aspettarmelo, anche quando arrivò Cristo risorto opposero resistenza.” Dante, interdetto, risponde: “E come faremo, dunque?”

Immaginate una musica ansiogena e un primo piano su Virgilio che, lentamente, si volta e sentenzia: “Qualcuno sta già arrivando per noi.” Fine.

O meglio, fine episodio.

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”. 69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite 72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”. 75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse. 78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”. 81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte 84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente. 87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno. 90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”. 93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai. 96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette, 99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”. 102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. 105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”. 108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona. 111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse. 114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari. 117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”. 120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri. 123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova. 126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta, 129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Ci vediamo lunedì 6 maggio con l’episodio numero 9: “Ereticamente”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.