Letteratura

#pilloleinfernali: Ep. 5 – VENTO DI PASSIONE

paolo e francesca

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio si dirigono verso la “città dolente” e, una volta superato l’ingresso caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate, si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento. Risvegliatosi sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere arrivato nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio.

Oplà, un piccolo salto verso il basso ed ecco che siamo nel secondo cerchio infernale. Qui ci sono i lussuriosi, vale a dire quelli che in vita non seppero resistere al richiamo incessante delle passioni amorose. Tutti i Rocco Siffredi e le Cicciolina di una volta, insomma. Appena arrivati Dante e Virgilio si imbattono nella figura di Minosse, giudice infernale che indica a tutti i dannati il numero del girone cui sono destinati attorcigliando la coda intorno al proprio corpo per quante volte vuole che cadano in basso. Più semplicemente: arriva il dannato, buongiorno Minosse – buongiorno caro, che hai fatto di male? Niente ho mangiato un barattolo di Nutella al giorno. Ok, attorciglio la coda una sola volta attorno al mio corpo quindi vuol dire che devi andare nel girone di sotto. Vai! Ahhhhh! Arrivederci!

minosse

Così come ha fatto Caronte, anche Minosse quando vede Dante anima viva camminare negli inferi gli chiede irritato: “E tu che ci fai qua? Stai attento che non c’è bella gente! Ti conviene andare via!” Ma a questo punto, e avrete già capito perché ormai sapete che quando il gioco si fa duro entra in scena lui “like a boss”, Virgilio interviene con le stesse parole con cui ha silenziato il vecchio traghettatore: “risparmia il fiato per cortesia! il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla! E Minosse muto. D’ora in poi si inizia a sentire chiaramente il ruggito del vento, incessante e mastodontico. Una bufera infernale, appunto, che trascina gli spiriti con la sua violenza facendoli girare continuamente. Stavolta il contrappasso non è per contrasto ma per analogia: come in vita questi dannati si sono lasciati dominare dalla bufera della passione amorosa, allo stesso modo vengono trascinati perennemente da un vento inarrestabile. Dante, incuriosito (ma va?!?) chiede al suo maestro: “Chi sono tutte quelle anime?”

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio. 3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia. 6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata 9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte. 15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio, 18

“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride? 21

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote. 27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto. 30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta. 33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina. 36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento. 39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali 42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena. 45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai, 48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”. 51

“Eh, caro Dante, oggi le anime abbondano! Allora, la prima che vedi è quella zozza imperatrice di Semiramide che, per giustificare le sue perversioni e gli eccessi di foga, rese lecito l’incesto e altre cose simili; poi abbiamo l’onestissima Didone, la quale giurò sul cadavere del marito Sicheo che non avrebbe mai avuto più nessuna relazione e poi…e poi tre giorni dopo stava con Enea! E ancora Elena, la Troia…uhm, scusa, volevo dire di Troia, quella che scatenò una delle più grandi guerre della storia a causa della sua passione. Ovviamente c’è anche il suo amante Paride, Achille e Tristano, e…” un ‘altra serie di personaggi simili. Dante, impietosito, si concentra però su due anime in particolare che continuano a stare abbracciate e a essere trascinate insieme: “Maestro, avrei onore e piacere di poter parlare con quei due ragazzotti che non si staccano nemmeno con questa bufera. Si può?” E Viriglio: “E secondo te io non ti posso far parlare con chi vuoi? Andiamo, seguimi nasone!”

La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle. 54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta. 57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge. 60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa. 63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo. 66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille. 69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 72

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”. 75

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”. 78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”. 81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate; 84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido. 87

Avvicinandosi a quelle anime Dante le riconosce immediatamente: si tratta di Paolo e Francesca da Polenta, figlia di un duca di Ravenna, uccisa dal marito Gianciotto Malatesta a causa della relazione di lei con il fratello di lui (Paolo, appunto). Questo fu un episodio molto chiacchierato verso la fine del Ducento, un fatto di cronaca vero e proprio. Francesca, commossa per l’attenzione che i due poeti le riservano, inizia a raccontare la sua storia con Paolo pronunciando dei luoghi comuni sull’amore, che in questo caso diventano una sorta di demoni incontrollabili capaci di superare ogni tipo di razionalità: “L’amore si insinua facilmente nel cuore di chi lo sa accogliere; quando uno è amato deve necessariamente ricambiare; è l’amore che ci ha portati a morire e a essere dannati, ma una dannazione maggiore spetterà a chi ci tolse la vita.”

Franco Nembrini scrive in merito: “E’ proprio vero che l’amore ci attira e ci lega in modo inevitabile a tal punto da annullare completamente la nostra libertà? Come tanti amici che a una certa età, magari con tre figli, mi dicono che si sono innamorati della segretaria sostenendo di non poterci fare nulla. Ma come, dico io, usate la testa! Nella vita non ci sono solo le emozioni, le attrattive, ci sono anche i fatti che costruiscono una storia, a cui si deve rimanere fedeli se non si vuole distruggere tutto.” Questo passo, tratto dall’introduzione al canto del docente bergamasco, ci fa capire precisamente per quale motivo Dante colloca queste anime nell’inferno: bisogna sempre tener conto della propria ragione e non lasciarsi vincere indistintamente, come Francesca, dalla passione amorosa.

Dopo aver ascoltato i luoghi comuni sull’amore, Dante è diretto come mai lo è stato sin ora: “Credo di aver capito cara Francesca ma…se posso permettermi, mi spieghi quando è avvenuto il fattaccio? Quale è l’episodio specifico che vi ha portati alla morte?” E lei: “Non c’è peggior cosa che ricordarsi del tempo felice quando si è infelici. Ma se hai questo desiderio, ti accontento: io e Paolo, un giorno, stavamo leggendo quatti quatti della storia d’amore di Lancillotto e Ginevra, la conosci no? Bene, che ti devo dire, quella lettura ci prese talmente tanto che finimmo col baciarci nel momento in cui Lancillotto bacia Ginevra. Quel libro è stato per noi ciò che Galeotto è stato per i due protagonisti, un intermediario che ha favorito l’incidente amoroso. Subito dopo mio marito ci ha scoperti e…ed ecco che siamo qui!”

Mentre Francesca pronuncia queste parole, Paolo piange a dirotto. E Dante, terribilmente turbato, sviene come “un corpo senza vita”.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso. 93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui. 99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte. 108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”. 111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”. 114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”. 120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”. 138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse. 141

E caddi come corpo morto cade.

 

Ci vediamo lunedì 15 aprile con l’episodio numero 6: “Attenti al cane”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.