Letteratura

#pilloleinfernali: Ep. 4 – ANIME SOSPESE

anime sospese

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; dopo un breve tentennamento, Dante acconsente e si dirige con Virgilio verso la “città dolente”: una volta superato l’ingresso, caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate”, i due si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente Dante e Virgilio arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento.

In realtà Dante sta riposando così beato che se anche qualcuno provasse a svegliarlo per dirgli che questo viaggio è appena iniziato e non ci si può addormentare proprio ora, farebbe sicuramente finta di non sentire. Un po’ come noi quando le nostre mamme, di domenica mattina a mezzogiorno, ci dicono che dobbiamo alzarci dal letto perché non è dignitoso continuare a ronfare all’infinito. Tuttavia un tuono molto forte fa tremare l’intera atmosfera infernale e allora il nostro protagonista non può fare altro che risvegliarsi: si alza in piedi, si guarda intorno e si accorge fin da subito che si trova dall’altra parte dell’Acheronte. Poi arriva Virgilio: “Buongiornissimo! Caffè???” Attimo di pausa. “Ora ti porto con me nel mondo cieco” – continua, cambiando tono – “io andrò davanti per primo e tu mi seguirai per secondo”. Dante, che probabilmente vorrebbe veramente un caffè, rimane turbato dal cambio repentino di umore del suo maestro e gli dice: “Certo che ti seguo ma…tu di solito mi dai conforto, invece adesso ti vedo abbattuto: se le cose stanno così, come faccio a non avere paura?”  Non ha tutti i torti, effettivamente. E Viriglio non può far a meno di confermare: “Hai ragione, sono angosciato perché la sorte di questi dannati, che è anche la mia, mi fa veramente recriminare; quella che vedi però non è paura ma pietà. Adesso andiamo ed entriamo nel primo dei nove cerchi infernali”. Ecco qua, attraverso queste parole della “nostra” guida noi abbiamo subito un’informazione fondamentale sulla struttura dell’inferno dantesco: ci sono nove cerchi (o gironi) che vanno dal più largo al più stretto. Immaginate una montagna rovesciata verso il basso, al cui apice vi è l’ingresso (che abbiamo già incontrato) e alla cui profondità vi è nientepopodimeno che il diavolo in persona, il signor Lucifero, conficcato a testa in giù in mezzo a quintali di ghiaccio. Forse abbiamo “spoilerato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratelo un “flashfoward”. Anzi no, riformuliamo. Forse abbiamo “rivelato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratela una “prolessi”. E adesso ripetiamo insieme come se fossimo in chiesa, per tre volte: è cosa buona e giusta imparare prima in italiano e poi in un’altra lingua. Ritornando alla struttura infernale, la foto seguente renderà senza ombra di dubbio il concetto più semplice:

schema inferno

 Dante e Virgilio entrano così nel girone numero uno, il limbo, luogo degli spiriti magni che sperano eternamente, invano, di conoscere Dio. Essi infatti non furono veri e propri peccatori ma, essendo vissuti prima della nascita di Cristo e quindi senza battesimo, non poterono conoscere la salvezza. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio, e molti si chiedono come mai Dante abbia “scelto” per il suo maestro una sorte del genere. La risposta è come sempre più semplice di quello che si possa pensare: Dante non fa sconti a nessuno, nemmeno alla persona che ritiene intellettualmente più grande. In questo luogo non c’è sofferenza fisica e quindi nessun contrappasso. Semmai soltanto un perenne e profondo senso di nostalgia. “Dimmi, o mio maestro” – esordisce Dante – “qualcuno di questi qui è mai riuscito, per merito suo o di altri, ad essere salvato e a conoscere Dio?” E Virgilio: “In realtà si: ricordo che ero qui da poco quando vidi arrivare Gesù in carne ed ossa in segno di vittoria sul male. Venne per portare con sé Adamo, suo figlio Abele, Noè, Mosè e tanti altri, rendendoli beati. Questi sono stati gli unici, purtroppo per noi e per me!”

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta; 3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi. 6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. 9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa. 12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”. 15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”. 18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti. 21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne. 24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare; 27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri. 30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, 33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi; 36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo. 39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”. 42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. 45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore: 48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto, 51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato. 54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente; 57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé, 60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”. 63

A questo punto i due passano attraverso la folla di questi spiriti fino a giungere in un posto dove sono riunite quattro anime che parlottano tra di loro. “Maestro ma quelli li chi sono? E perché confabulano in modo così articolato?” Dante è così, ormai vi state abituando, e pure Virgilio si è abituato: è impaziente, chiede sempre qualcosa prima che il suo maestro possa spiegarglielo spontaneamente. “E meno male che non voleva venire”, verrebbe da dire. “Hehe, chi sono quelli…quelli sono i miei amici poeti: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano.” Probabilmente Dante, che è ancora un poco frastornato e insonnolito, al nome di Lucano avrà pensato subito all’amaro; poi, rinsavito, ha capito immediatamente che si tratta del famoso poeta latino e autore della Pharsalia.  Virgilio faceva e fa parte di questo gruppetto di intellettuali del limbo, con cui dà vita a dibattiti, riflessioni e perché no – pensiamo noi – anche a qualche partita di scopone. I quattro poeti, non appena si accorgono del ritorno di Virgilio (si era allontanato per andare nella selva oscura: chiaro, no?) fanno un casino esagerato non solo perché contenti ma anche perché si accorgono che è in compagnia di un loro simile. Così invitano Dante a discutere con loro, e a noi ci piace immaginarli tutti insieme radunati attorno a un fuocherello, come si fa al più classico dei falò, con una birra in mano mentre cantano La canzone del sole di Lucio Battisti.

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi. 66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia. 69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco. 72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”. 75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”. 78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”. 81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta. 84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire: 87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è
Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”. 93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola. 96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto; 99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. 102

Come tutti i divertimenti anche questo finisce, e i due sono riprendono il cammino allontanandosi dal falò. Arrivano ai piedi di un castello signorile, circondato a sua volta da sette cerchi di mura altissime e difeso tutto intorno da un fuoco che brucia costantemente. Senza timore lo attraversano ritrovandosi, immediatamente, tra migliaia di anime di sapienti stanziate in un prato di un color verde intenso, come se fossero in un giardino regale. Si spostano un po’ più in disparte, in un luogo luminoso e alto, in modo tale che si possono vedere bene tutti quelli che ne fanno parte. A questo punto, verso la fine dell’episodio, Dante elenca una serie di nomi di cui si dice “orgoglioso di aver visto dal vivo”. Tra i più importanti troviamo gli eroi della guerra di Troia, Enea ed Ettore; il primo vero imperatore romano Giulio Cesare; i filosofi Seneca ed Aristotele; e anche il Saladino, famoso sultano d’Egitto. Poi Dante e Virgilio prendono una nuova strada, uscendo dall’aria tranquilla e avvicinandosi a “quella che trema”. Il ruggito del vento, quello della passione, sta già iniziando a palesarsi.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era. 105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello. 108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura. 111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi. 114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti. 117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto. 120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni. 123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea. 126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino. 129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia. 132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo
Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; 135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone; 138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale; 141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo. 144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno. 147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema. 150

E vegno in parte ove non è che luca.

 

Ci vediamo lunedì 1 aprile con l’episodio numero 5: “Vento di passione”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.