Letteratura

#pilloleinfernali: Ep.3 – LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’INTRATE

lasciate ogni speranza

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; Dante acconsente ma in realtà è timoroso e dubbioso: chi è lui per poter attraversare, da vivo, il mondo ultraterreno? Allora Virgilio, con maestria e rimprovero, lo tranquillizza dicendogli che il viaggio è voluto da Dio. E che è stata Beatrice, la donna da lui amata, a scendere giù nel limbo per comunicare ufficialmente la missione. Preso coraggio, Dante accetta senza timore di visitare i tre regni in compagnia della sua guida e si dirige verso la prima meta: la città “dolente”.

 Davanti ad ogni porta, o ingresso, c’è quasi sempre un cartello o un avviso identificativo. Se andiamo in ospedale troviamo scritto: Pronto soccorso; se abbiamo fame e vogliamo mettere sotto i denti qualcosa di commestibile troviamo: Pub, o Pizzeria o Ristorante, prima o dopo il nome specifico del locale; se abbiamo voglia di intervistare Al Bano e capire per quale motivo il governo ucraino lo ritiene una minaccia per il paese, dobbiamo citofonare alla porta con su scritto Carrisi. Anche Dante e Viriglio, arrivati finalmente al cospetto dell’Inferno, trovano un cartello identificativo. Non c’è scritto “Welcome to Inferno” oppure “The Hell: fuoco e fiamme”, e nemmeno il nome di Lucifero. Stiamo parlando di un poeta (e che poeta!) e quindi la sua immaginazione e le sue capacità partoriscono una frase che recita più o meno così: “Attraverso questa porta si va nella citta che soffre, nel dolore eterno, nella casa dei dannati. Sono stato creato da Dio onnipotente e non esistono cose generate prima di me se non quelle eterne. Voi che oltrepassate questa porta, abbandonate ogni speranza.” Mamma mia. Quando Dante legge questa incisione ha, per un attimo, un nuovo sussulto: sembra ritornare ai ripensamenti dell’episodio precedente. Ma Virgilio, esperto e autoritario, subito esclama: “Caro mio, adesso ci siamo davvero e bisogna lasciare alle spalle qualsiasi paura; siamo finalmente arrivati nel posto di cui ti avevo parlato, tra quelle anime dannate prive di qualsiasi forma di bene.” Dopo di che, da vera guida, tende la mano verso il nostro protagonista che, accoltala, varca la porta infernale in preda allo sgomento: si sentono anime piangere e urlare, parolacce, suoni di schiaffi che creano un eco insopportabile. Per chiarire subito qualsiasi equivoco, ripoteremo di seguito la semplice ma fondamentale osservazione dell’ormai noto Nembrini a proposito dell’Inferno e del suo motivo d’esistere. Il professore spiega: Spesso i miei studenti mi chiedono per quale motivo Dio, che è così buono e misericordioso, abbia creato l’inferno e le sue pene. La risposta è una sola: se non ci fosse l’inferno noi non saremmo uomini liberi. Creandolo, Dio ci ha concesso la possibilità di dirgli di no, e quindi la possibilità di scegliere, rendendoci di fatto diversi da un gatto o un cane. Ne consegue il fatto che l’inferno non è un luogo di vendetta di Dio ma è semplicemente la conseguenza delle scelte che ogni uomo fa, liberamente.

’Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. 12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”. 18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24

 I pianti e i lamenti che Dante ascolta sono quelli dei cosiddetti ignavi, ovvero coloro che vissero “senza infamia e senza lode”. Le loro anime sono mescolate a gruppi di angeli che, quando Lucifero si ribellò a Dio, non scelsero di stare né con l’uno né con l’altro. Insomma gli ignavi sono quelli che in vita non presero mai posizione, e che adesso sono collocati in una zona che anticipa l’inferno vero e proprio (e che per questo motivo alcuni studiosi chiamano “Antinferno”), segno di una ripugnanza vera e propria anche da parte del luogo stesso in cui si trovano. Essi sono costretti a inseguire continuamente una sorta di bandiera errante incapace di fermarsi, nudi e punti continuamente da mosconi e vespe che li assalgono. Il sangue che scende dai loro volti, mischiato alle lacrime, funge da nutrimento per i vermi che gli camminano sotto i piedi. Una scena, come potete immaginare, abominevole. Qui incontriamo per la prima volta la legge più importante che vige nell’Inferno dantesco: quella del contrappasso, una correlazione tra la colpa e la pena da scontare. Tale correlazione può evidenziarsi o per analogia – i dannati subiscono continuamente e per sempre un destino simile o pari a quelli che hanno scelto in vita – o per contrasto –i dannati sono costretti in eterno a compiere o subire ciò che in vita hanno evitato. Una legge del taglione rivisitata (Hammurabi chi?!?). Nel caso dei “nostri” ignavi, la relazione è chiaramente quella del contrasto, in quanto quest’ultimi vengono costretti a inseguire qualcosa (la bandiera) e quindi a prendere parte, tormentati continuamente da vespe e mosconi che gli fanno versare sangue e lacrime che non avevano mai voluto spendere da vivi; infine, questo destino inutile e questo sangue vano alimentano inutili insetti. Tutto ciò non ha senso ma è proprio questo il punto: una pena insensata e inutile per chi è stato, di fatto, inutile nel nostro mondo. Gli ignavi sono i peggiori di tutti, secondo Virgilio: “Dante bello, ora che ti ho detto chi sono questi esseri, ti sarei molto grato se gli fossi del tutto indifferente e continuassi a seguirmi senza troppe domande. Nessuno si ricorderà di loro e nessuno li vuole, né l’inferno né la salvezza. Anzi, sciagurato io che sto perdendo troppo tempo con questi qui! Non pensarli più, guarda e passa!”. Ascoltate queste parole, Dante si convince a lasciar perdere ma, prima di andare definitivamente oltre, scorge la sagoma di un’anima nota: si tratta di Celestino V, di quello tanto codardo da rinunciare alla nomina di papa, e che per la stessa spianò la strada a uno dei più acerrimi nemici del nostro protagonista, ovvero papa Bonifacio VIII. Celestino V, per scherzare e dare una vaga idea, potremmo considerarlo una sorta di avo di papa Ratzinger: lo ricordate no? quello antecedente all’attuale Bergoglio; diede nel 2013 le dimissioni quasi come fosse un allenatore di calcio (“visto e considerato che i vescovi non riescono ad esprimere una messa soddisfacente, per il bene della società Chiesa FC lascio l’incarico sperando di riascoltare il prima possibile un’Ave Maria degno di nota”). Ritornando seri (?) e al nostro episodio, ritroviamo a questo punto un Dante ansioso e curioso di sapere a cosa si andrà in contro: “Mio caro maestro, mi pare di vedere da qui alcune anime sulla riva di quel fiume che abbiamo davanti: chi sono? E perché sono cosi agitate?” Purtroppo il nostro protagonista non ha ancora imparato il galateo. Virgilio, infatti, gli risponde: “Quel fiume che abbiamo davanti si chiama Acheronte. Ti prego, però, di non avere fretta: quando arriveremo capirai”. E allora, come un cagnolino bastonato, lo segue in religioso silenzio.

 Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”. 33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. 42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve. 45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi 72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”. 75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”. 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Giunti alla riva dell’Acheronte, Dante e Viriglio si imbattono immediatamente in un vecchio dalla barba e dai capelli bianchi e dagli occhi rossastri che grida: “Guai a voi, anime malvagie! Non abbiate la minima speranza di raggiungere la pace eterna: io vi porto all’altra riva nell’oscurità eterna, tra il fuoco e il gelo!” Si tratta di Caronte, personaggio della mitologia greca che ha il compito di traghettare le anime dannate oltre il fiume. Egli, non appena si accorge che Dante è un’anima viva, subito esclama: “E tu dove credi di andare? Separati immediatamente da questi qui! Tu non sei destinato a viaggiare sulla mia barca!”

Qui c’è tutta la capacità narrativa e stilistica del nostro autore. Bisogna necessariamente ricordare, infatti, che Dante è allo stesso tempo protagonista della storia ma anche narratore, e che quindi svolge allo stesso tempo il ruolo di colui che non sa e colui che sa. Tramite queste parole, messe in bocca a Caronte, egli ci fa già capire che la sua non è un’anima dannata e che è destinato alla salvezza eterna (Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti).  

Al rifiuto del vecchio ci pensa “like a boss” (come al solito) Virgilio: “Caronte risparmia il fiato per cortesia: il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla!” Immaginate questo frammento con una musica che calza a pennello: I’ve got the power degli Snap. E Virgilio che incrocia braccia e gambe per ballarla. Così, il timoniere barbuto dagli occhi infuocati ammutolisce e si concentra sulle anime dei dannati da trasportare, che nel frattempo piangono, urlano, bestemmiano maledicendo Dio e la specie umana. Sono numerosissime davanti alla “fermata” del fiume: sembra di essere nella metropolitana di Napoli. Caronte le raccoglie col suo lungo remo come fossero molluschi e picchia con lo stesso chi cerca di lanciarsi prima del tempo sulla barca. I dannati, infatti, sono ansiosi di andare dall’altra parte proprio perché ormai incapaci di distinguere il bene dal male, finendo col desiderare ciò che li condannerà per sempre (metafora di ciò che hanno fatto in vita). “Come le foglie d’autunno cadono una dopo l’altra, allo stesso modo i discendenti malvagi di Adamo cadono su quella barca ad uno ad uno, seguendo i segnali di Caronte come un uccello segue il suo richiamo”, scrive Dante dal verso 113 al verso 120.

caronte

Alla fine dell’episodio si manifesta un terremoto fortissimo nell’Antinferno: dalle viscere della terra fuoriescono lampi rossi e correnti incessanti. Dante, scosso, perde i sensi e cade a terra privo di conoscenza. Sonno o svenimento che sia, non ci è dato sapere.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. 93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”. 129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

Ci vediamo lunedì 25 marzo con l’episodio numero 4: “Anime sospese”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.