Letteratura

#pilloleinfernali: Ep.2 – DAMMI SOLO UN MINUTO

dammi solo un minuto

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NELL’EPISODIO PRECEDENTE: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso da cui cerca immediatamente una via di fuga; dopo qualche passo traballante vede un piccolo colle illuminato dai raggi solari, verso il quale si dirige speranzoso. Tuttavia il cammino viene barrato dalla presenza di tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) che respingono il poeta fiorentino nelle tenebre. Dante però scorge una sagoma, alla quale chiede disperatamente aiuto: si tratta del poeta latino Virgilio. Quest’ultimo gli predice il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; aggiunge inoltre che lo accompagnerà sia all’inferno che al purgatorio, mentre per il paradiso lo attenderà una guida “più degna”. I due si incamminano.  

Allor si mosse, e io li tenni dietro. Li avevamo lasciati così. Il maestro che fa strada e l’allievo che lo segue, in silenzio. Tutto fa presagire che da qui a poco saranno al cospetto della porta infernale, pronti ad intraprendere il viaggio preannunciato. Ma c’è un attimo di esitazione. Questo episodio, il canto secondo, è l’episodio del dubbio. Immaginate Dante camminare dietro Virgilio con passo lento ed insicuro, tipico di chi pensa “cioè, ma sta capitando proprio a me?” Probabilmente, se avesse avuto con se uno smartphone, un abbonamento a Spotify e un paio di cuffiette il nostro poeta dal naso pronunciato avrebbe sicuramente riprodotto, per sentirsi compreso delle sue paure, la canzone dei Gemelli Diversi “Un attimo ancora”, soffermandosi nello specifico sul ritornello Dammi solo un minuto, un sorso di fiato, un attimo ancora! Infatti, dopo essersi rivolto alle Muse affinché lo aiutino a narrare per bene gli avvenimenti (qui Dante fa un po’ il copione: l’invocazione alla Musa era tipica del mondo classico) richiama l’attenzione di Virgilio dicendogli: “Maestro scusami un attimo, avrei delle riflessioni da fare prima di proseguire; non vorrei sembrare scocciante o blasfemo, però mi chiedevo…ma io chi sono per venire, da vivo, nel regno dell’aldilà? Chi è colui che mi vuole lì? Perché ti ricordo, semmai lo avessi dimenticato, che soltanto due uomini prima di me hanno visitato, in vita, il mondo ultraterreno: Enea e San Paolo. Il primo fu sicuramente scelto in quanto fondatore dell’eterna città di Roma; il secondo venne designato da Dio per ricevere sostegno e conferma di quella fede che avrebbe poi diffuso attraverso la sua parola. Per questo motivo, con tutto il rispetto eh… sto seriamente pensando che seguirti sarebbe una follia. Ma tu mi capisci, sicuramente mi capisci! Con quel capoccione che ti ritrovi, senza offesa, avrai per certo compreso le mie perplessità!” A questo punto Virgilio, negativamente sorpreso e – perché no – anche un po’ incazzato, si volta verso Dante pronto a replicare.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“Se ho ben capito quello che hai detto” – replica Virgilio – “ti stai comportando come un vigliacco, a tal punto da pensare di rinunciare a una simile impresa. Ma, affinché tu possa tranquillizzarti, ti spiegherò tutto per filo e per segno”. Come abbiamo già detto in precedenza, il poeta latino resta alquanto interdetto davanti all’atteggiamento di Dante. Non è da lui, infatti, sminuire in questo modo l’intelletto umano. Franco Nembrini, nostro principale punto di riferimento nella lettura e interpretazione dell’Opera (e che quindi sentirete richiamato spesso), ci parla nella fattispecie di un “Dante presuntuoso e falso umile”. Ci va giù pesante, ma non è un’accusa fine a se stessa. Piuttosto si tratta di riconoscere in colui che si è elevato sopra tutti gli uomini, grazie alla sua scoperta, dei limiti imprescindibili e identificanti la natura di tutti noi. Egli infatti scrive: Quante volte noi, presuntuosi come Dante, quando davvero la scelta si fa difficile, quando davvero dobbiamo rischiare, ci nascondiamo dietro a un “non sono capace” oppure “non fa per me”. Anche davanti all’attrattiva che la vita offre si può avere paura; perché il nuovo, l’altro viaggio, incutono timore. Ma questa non è umiltà, è viltà. La vera umiltà non significa denigrarsi ma avere stima di sé per ciò che Dio compie attraverso noi. Capirete che riportare queste parole è fondamentale, perché racchiudono il pensiero di Virgilio stesso, il quale non si lascia ingannare da chi, vilmente e quindi con scuse che rasentano il ridicolo, cerca di scampare al proprio destino. “Stavo tutto tranquillo nel mio limbo tra le anime sospese” – riprende Virgilio – quando mi sono sentito chiamare da una donna bellissima, talmente bella e dolce nei modi che subito mi sono messo al suo servizio; questa donna porta il nome di Beatrice ed è preoccupata per te, per la condizione in cui sei sprofondato. Ti ama e perciò mi ha raccomandato di giungere in soccorso nel bosco tenebroso e di aiutarti. Sinceramente caro Dante, quando ho visto quella figura così angelica in un posto brutto e sporco come quello in cui mi trovavo, non ho potuto fare a meno di chiederle come avesse fatto a non temere di arrivarci, dato che proveniva dalla beatitudine del paradiso. La sua risposta è stata decisa: si teme solo ciò che può fare del male. Essendo creatura ed espressione di Dio e della sua grazia, la miseria e le fiamme infernali non la toccavano minimamente. Ma ti dirò di più. Mi ha detto anche che è stata la Madonna in persona a volere il tuo viaggio, tanto che la stessa ha chiesto a santa Lucia di dire a Beatrice ciò che Beatrice ha detto a me! Questa è la verità, questo è ciò che è accaduto ed è per questo che sono venuto a salvarti nel bosco. Io sono soltanto l’ultimo anello di un ingranaggio perfetto che ti vuole testimone della salvezza umana. E ora che sai tutto questo, perché ancora resti fermo? Perché non realizzi consapevolmente che simili donne hanno chiesto di te…e che le mie parole promettono soltanto del bene?”

S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Adesso non ci sono più dubbi: la missione di Dante è voluta dalla volontà divina. Così il nostro protagonista, che per l’occasione utilizza un’altra metafora bellissima, si schiude e mostra coraggio. Il dubbio è solo un lontano ricordo che fa spazio a un irrefrenabile desiderio di scoprire l’ignoto. I due si rimettono in cammino e, stavolta, il viaggio inizia sul serio.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

 

Ci vediamo lunedì 18 marzo con l’episodio numero 3: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.