Letteratura

Tra inchiesta e poesia: Boccaccio e la ricostruzione della vita di Dante

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Il poeta di Certaldo, con il suo Trattatello in laude di Dante, è stato il primo biografo dell’Alighieri. E forse anche il primo giornalista d’inchiesta?

Dante Alighieri è da tempo stimato il padre della lingua italiana soprattutto per aver ideato e poi composto la Commedia, universalmente considerata la più grande opera italiana e una delle maggiori nel panorama mondiale. Già dal Cinquecento in poi gli studi monografici sono diventati sempre più frequenti, a tal punto che col tempo si è coniato il termine “dantista” per indicare colui che dedica la propria attività di studioso principalmente alla ricerca e all’approfondimento di tutto ciò che riguarda l’Alighieri. Nonostante l’elevato numero di dantisti nel mondo e molti studi meticolosi, ancora oggi non è certa la data di nascita del poeta fiorentino anche se possiamo indicare l’anno 1265 come quello più attendibile (grazie ad alcune notizie autobiografiche riportate nella Vita Nova). E’ noto ai più che il primo autore di una biografia dantesca (se si esclude Giovanni Villani che fece un lavoro simile ma ideologicamente differente) fu un suo “collega” e grande ammiratore: Giovanni Boccaccio. Il poeta di Certaldo pertanto raccolse informazioni sulla vita di Dante in un’operetta intitolata Trattatello in laude di Dante in cui vi è, oltre alla ricostruzione delle vicende biografiche, un tentativo di esaltare la poesia e chi la dispensa: lungo la sua carriera di letterato e studioso, infatti, Boccaccio ha assunto un ruolo determinante nell’interpretazione e nella celebrazione dell’Alighieri, considerato non solo come poeta e sapiente ma anche come uomo degno di lode. Tale biografia risulta quindi un progetto di diffusione della corretta figura ed opera di colui che per primo avrebbe riportato la poesia agli antichi splendori. Il Trattatello veniva quasi sempre anteposto a qualsiasi antologia poetica riguardante Dante con il compito di offrire ai lettori un ritratto di un poeta raffinato ma non celebrato a dovere dalla sua Firenze, rea di aver ignorato “un figlio illustre votato al sapere e alla virtù”. Fatta questa importante e fondamentale premessa possiamo subito mettere al centro la riflessione o lo spunto che quest’articolo ha l’ambizione di offrire: Boccaccio, oltre ad essere stato uno dei primi autori di biografie, è stato forse (in senso lato) anche il primo giornalista d’inchiesta? Probabilmente questa domanda appare inopportuna e anche stonata rispetto alla materia trattata, ma procediamo con ordine e vediamo perché è il caso di porsi tale interrogativo.

L’INTERESSE DI BOCCACCIO PER LA BIOGRAFIA.  Iniziamo subito col dire che l’operazione di lavorare ad una biografia di un autore e di anteporre la vita ai suoi scritti non è una pratica che nasce con Boccaccio o in età medioevale ma ha dei precedenti sia per i poeti classici che per quelli volgari (vale la pena citare la biografia del poeta latino Virgilio da parte del commentatore Servio Mario Onorato). Tuttavia la produzione del poeta di Certaldo si è caratterizzata fin da subito per l’interesse delle vite di personaggi illustri, fossero essi storici, uomini d’armi e dotti o letterari. La prima biografia elaborata da Boccaccio è il ricordo dell’incoronazione petrarchesca detto Notamentum che sembra essere un antecedente dell’operazione editoriale svolta poi per Dante; successivamente stilerà anche una Vita di Petrarca, nient’altro che uno sviluppo del Notamentum, in cui si tratta della nascita, delle origini familiari, dei viaggi e degli studi compiuti dal poeta aretino che consistono nelle arti liberali e nel diritto civile appreso a Bologna. Un’altra breve vita in latino elaborata da Boccaccio è quella del poeta latino Livio organizzata in una raccolta di poche informazioni allora già note alle quali viene aggiunta la notizia del ritrovamento della sua lapide. Infine, un ultimo indizio sull’interesse boccacciano per le vite è rappresentato anche dal manoscritto Parigino latino 5150 contenente biografie di papi e cardinali a lui attribuite.

L’INDAGINE CHE PORTA AL TRATTATELLO.  Qui iniziamo a creare i primi collegamenti con l’interrogativo che ci riguarda nello specifico. Come abbiamo già detto Boccaccio fu tra i primi studiosi ad occuparsi di Dante e alla ricostruzione degli eventi essenziali della sua vita, ambito che non fu oggetto d’interesse nemmeno per il figlio Pietro Alighieri, il quale nel suo Commento non diede particolare importanza alle notizie biografiche di suo padre pur conoscendole. Sebbene nel Trattello convivano ricostruzione del reale e intenzione laudativa – di conseguenza storia e mito si intrecciano tra loro creando un ibrido – ci focalizzeremo soltanto sulla prima delle due operazioni del Boccaccio, vale a dire quella delle fonti. Le informazioni raccolte, infatti, provengono non solo da riferimenti autobiografici presenti nelle opere e nelle epistole di Dante, ma soprattutto da alcune persone che erano state vicine a quest’ultimo e con le quali Boccaccio ebbe modo di interagire. Sappiamo, grazie all’accurato studio del filologo Michele Barbi, che il poeta di Certaldo ebbe modo di parlare con la “persona fededegna” riconosciuta in Lippa de’Mardoli, biscugina di Beatrice e rivelatrice dell’identità della donna amata dal Sommo Poeta. Sempre grazie a Barbi sappiamo che Boccaccio chiese informazioni sull’Alighieri per il suo Trattaello a Cino da Pistoia, Sennuccio del Bene, Piero Giardino, Andrea di Leone Poggi e Dino Perini; fu ospite a Ravenna da Ostasio da Polenta e di suo figlio Berardino tra il 1345 e il 1347, mentre nel 1348 si recò a Forlì presso Francesco Ordelaffi, nipote dello Scarpetta che aveva ospitato Dante. Andò nuovamente a Ravenna e a Forlì tra il 1350 e il 1353. Tutti questi soggiorni gli permisero di fatto di raccogliere testimonianze autentiche e ricordi sul biografato che avrebbero sicuramente migliorato nella qualità e nella veridicità il suo nuovo lavoro rispetto a quelli precedenti. Questo modus operandi non è così diverso da quello che di solito un giornalista d’inchiesta svolge: la pratica si basa su una ricerca di informazioni fondata su fonti primarie relative ad un dato fenomeno. Sta tutta qui, probabilmente, la vera intuizione vincente del Boccaccio che rende ancora oggi Il Trattatello un modello per lo studio della vita di Dante.  Come tra poco vedremo e come è stato già accennato l’opera non manca di allegorie, invenzioni o aneddoti poco veritieri, ma ciò è da ricondurre alla voglia del poeta di Certaldo di esaltare in maniera quasi estrema un altro poeta che non aveva ancora avuto il giusto riconoscimento. Tuttavia va sottolineata anche l’umiltà con cui Boccaccio presenta la sua biografia, ovvero con la consapevolezza di avere scritto un’opera secondo il proprio sapere e le proprie capacità senza per questo precludere a terzi la possibilità di migliorala o di renderla più attendibile in futuro, dando di fatto la possibilità di rimediare agli errori commessi involontariamente:

“Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie di potere dire ad un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi, forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero de’nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto.”

 STRUTTURA E CONTENUTO DEL TRATTATELLO.  Redatta in tre edizioni in un periodo individuato tra il 1351 e il 1372, l’opera è composta in lingua volgare nonostante in quel periodo vigessero solo ed esclusivamente lavori in latino. La scelta viene giustificata dallo stesso Boccaccio nel primo capitolo come necessaria per conformità alla lingua dell’Alighieri

“… e scriverò in istilo assai umile e leggiero, però che più alto nol mi presta lo’ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accò che da quello, che egli usa nella maggior parte delle sue opere non discordi.”

Il Trattatello si apre con una sentenza attribuita a Solone secondo la quale una giusta repubblica deve fondarsi sul principio di ricompensare i meriti dei cittadini virtuosi e di punire le azioni disoneste. Prendendo come esempio il trattamento riservato al Sommo Poeta Boccaccio sostiene che tale principio non solo è stato abbandonato ma addirittura capovolto dai fiorentini: l’esilio ne è la dimostrazione. Secondo il resoconto dell’autore del Decameron Dante, la cui famiglia era originaria di Porta San Piero, nacque a Firenze nel 1265; si recò poi a Bologna e Parigi per motivi di studio in seguito all’esilio del 1301 dovuto all’appartenenza ai Guelfi bianchi, dominò ogni campo del sapere, compose “nobili opere” in stile eccellente e nella Commedia trattò “questioni morali, naturali, astrologhe, filosofiche e teologhe. Morì nel 1321 a Ravenna dopo un’ambasceria a Venezia diventando simbolo di “uomo presuntuoso e isdegnoso” (luogo comune che verrà ripetuto dai successivi biografi) ma anche di “virtudi e scienza di valore”. Nel Trattatello si intersecano differenti momenti, e biografici e di aneddoti: l’autore non solo raccoglie i fatti ma li arricchisce con artifici che sono espressione del nascente culto popolare per il poeta fiorentino, con sogni e visioni che aprono e chiudono il corso dell’esistenza di Dante sottolineando come la vocazione alla letteratura sia un dono donatogli dal cielo; tantomeno non mancano episodi in cui predomina la vena narrativa di Boccaccio, come l’incontro di Dante con una Beatrice fanciulla o tratti idealizzati della personalità dell’Alighieri (“parco nel cibo, uomo di poche parole”). Le tre edizioni presentano sostanzialmente delle differenze dal punto di vista contenutistico: la prima conta numerose invettive contro la città di Firenze mentre sia la seconda che la terza sono rielaborazioni più brevi che però si compongono di alcune riflessioni personali dell’autore.

IL MITO DEL PAVONE.  Sicuramente leggendaria e molto lontana dall’analisi in questione, ma non per questo meno interessante, è la vicenda che Boccaccio pone come conclusione del Trattatello intorno alla nascita di Dante: egli racconta che la madre dell’Alighieri, Bella, sognò di vedere se stessa sotto una pianta d’alloro e nei pressi di una sorgente partorire suo figlio che, mangiando dei frutti caduti da un albero e bevendo l’acqua della fonte, divenne un pastore. Desideroso dei rami d’alloro cercò di coglierli ma, prima di riuscirci, cadde: quando si rialzò si era trasformato in un pavone. Dopo l’esposizione dei fatti onirici Boccaccio ne coglie gli elementi allegorici e allusii alla futura grandezza poetica di Dante: il partorire sotto l’alloro significava che la volontà divina avrebbe determinato nel bambino una inclinazione naturale ad essere poeta; le bacche di cui si è nutrito rappresentavano la cultura che avrebbe assorbito per accrescere il proprio sapere, mentre l’acqua simboleggiava la filosofia che è alla base per comprendere tutte le altre discipline; il desiderio irrealizzato di raccogliere le fronde d’alloro stava ad indicare l’aspirazione alla laurea poetica, mentre la caduta era metafora di una morte che lo aveva agguantato proprio quando quell’aspirazione era sopraggiunta. Infine, la trasformazione in un pavone rappresentava l’eredità che Dante avrebbe lasciato ai posteri: le sue opere ma soprattutto la Commedia.

In conclusione, Il Trattatello si classifica come un vero e proprio lavoro d’indagine, di verifica sul posto e di accurato studio delle fonti dirette e indirette.

NB: La maggior parte delle informazioni presenti in questo articolo provengono dalla lettura della tesi di laurea in Filologia italiana intitolata “Una lunga fedeltà: Boccaccio interprete di Dante” di Marta Polesana con relatore il prof. Riccardo Drusi dell’Università Ca Foscari di Venezia, anno accademico 2012/2013. La tesi è liberamente consultabile sul web in formato pdf.