Società

Il salmone Pasolini

Pasolini-durante-le-riprese-romane-de-Il-fiore-delle-mille-e-una-notte-1973-foto-di-Gideon-Bachmann-1La morte di Pierpaolo Pasolini è sempre stata molto discussa ed incerta. Ma ormai nessuno ha più dubbi: si trattò di omicidio politico.

Chi o cosa ha ucciso Pierpaolo Pasolini? E’ la domanda che da oltre quarant’anni molte persone – intellettuali, critici, opinionisti, poliziotti, magistrati o semplici cittadini – si pongono. Quella notte del 2 Novembre 1975 il suo corpo fu trovato senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, in provincia di Roma. Le condizioni del cadavere destarono non poco scalpore: era stata una morte brutale, violenta. La polizia identificò il colpevole in Giuseppe “Pino” Pelosi, giovane ragazzo diciassettenne di borgata che aveva cenato qualche ora prima con l’intellettuale friulano e che si trovava alla guida della sua auto. Pelosi confermò di essere il colpevole ma dichiarò di aver agito per legittima difesa: Pasolini gli avrebbe fatto delle avances sessuali che, una volta rifiutate, provocarono una lite dapprima verbale e successivamente fisica, fino a sfociare nell’epilogo tragico di cui sopra. Ciononostante il giovane diciassettenne fu comunque condannato per omicidio volontario e solo molti anni dopo confessò di essersi preso la colpa di quell’assassinio per bisogno di soldi. Pur non essendo stato molto preciso e dettagliato nella sua “sconvolgente” rivelazione (si è sempre pensato che si trattava di un parafulmine) Pelosi ha più volte lasciato intendere che le illazioni e le ipotesi avanzate dalla maggior parte degli esperti a riguardo avevano delle fondamenta: l’’omicidio di Pasolini fu un omicidio politico.  Cosa si intende per omicidio politico? Nel codice penale italiano viene definito delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. E’ altresì considerato politico il delitto comune determinato in tutto in parte da motivi politici (art.8). Tradotto in parole povere possiamo dunque dire che il carnefice è colui che agisce in nome di un pensiero mediamente condiviso (o imposto, in certi casi) dalle masse e la vittima è sostanzialmente il suo contrario, ovvero colui che sfugge e che pensa e agisce in maniera diametralmente opposta. Ma non solo. La vittima in questione, a sua volta, non si limita a tenere per se il suo pensiero ma si impegna civilmente e politicamente affinché quelle idee circolino in maniera diffusa e finiscano con lo smuovere alcune coscienze, spesso assoggettate ad un modus vivendi apparentemente convenevole ma deleterio nella sostanza. Fatta questa premessa più o meno oggettiva non resta che collazionare la personalità e l’impegno politico di Pasolini con le caratteristiche medie di chi va controcorrente: l’identikit è perfetto. Ma per capire meglio e in maniera più consapevole cosa ha portato alla morte di uno dei più grandi intellettuali di sempre è opportuno analizzare nello specifico alcune tappe della sua controversa esistenza. Nella fattispecie ci focalizzeremo su tre passaggi fondamentali (in ordine cronologico) del suo percorso che potrebbero essere visti con un po’ di fantasia, e quindi allegoricamente, come esegesi di un libro già scritto dal destino: peccato – giudizio – condanna.

L’ESPULSIONE DAL PARTITO (IL PECCATO). Pierpaolo Pasolini partecipò attivamente alla seconda guerra mondiale: fu chiamato alle armi il primo settembre del 1943. Terminato il conflitto tornò in Friuli e si appassionò sempre di più all’ideologia comunista e marxista; fu influenzato particolarmente anche dalla lettura dei primi libri di Antonio Gramsci: quei testi gli fecero capire definitivamente dove bisognava schierarsi. In uno scambio epistolare del 1947 con la poetessa Giovanna Bemporad, (scomparsa pochi anni fa) infatti, egli sottolineò che l’altro è sempre infinitamente meno importante dell’io, ma sono gli altri che fanno la storia. Fu così che decise di iscriversi al PCI e di dare inizio a una serie di attività mirate alla tutela dei lavoratori onesti; inoltre in questo periodo iniziò anche a svolgere la professione di insegnante di lettere presso alcuni istituti medi del suo territorio. Tuttavia, quella che sembrava una carriera in ascesa e dal futuro roseo fu immediatamente contaminata dall’accusa di scandalo: il giovane Pierpaolo fu incriminato di aver pagato tre minori in cambio di rapporti di masturbazione. L’indagine andò avanti per molto tempo ma aveva già dal principio stravolto, di fatto, la sua esistenza: fu espulso dal partito per “indegnità morale e politica” e venne sospeso dall’attività didattica. Quell’evento fu una sorta di spartiacque nella vita privata e professionale di Pasolini, non solo perché lo costrinse a cambiare città e a cambiare vita (da quel momento “emigrò” a Roma con sua madre) ma anche perché gli diede la consapevolezza di aver ormai imboccato una strada tutta in salita e di essere una sorta di intellettuale incompreso ( La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Campana o di Wilde; ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no.)

DISCORSO SUI CAPELLI LUNGHI (IL GIUDIZIO).  Nel 1975 l’editore Aldo Garzanti decise di pubblicare una raccolta di vari articoli che Pasolini aveva scritto nella sua lunga carriera di giornalista e saggista con il nome di Scritti corsari. Come giustamente riporta Wikipedia si tratta di “una raccolta di interventi il cui tema centrale è la società italiana, i suoi mali, le sue angosce. Lui, figura solitaria, lucido analista, crudo e sincero, si scontra con quel mondo di perbenismo e conformismo che è responsabile del degrado culturale della società. Controcorrente, riesce ad esprimere, con grande chiarezza e senza fraintendimenti, tesi politiche di grandi attualità tutt’oggi, con spirito critico raro e profondo, e trattando tematiche sociali alla base dei grandi scontri culturali dell’epoca come l’aborto o il divorzio.” Il primo “scritto corsaro” (pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973 con il titolo “Contro i capelli lunghi”) è dedicato a quello che sembra essere un neonato fenomeno di costume degli anni sessanta, vale a dire la moda da parte dei giovani di portare i capelli lunghi al pari delle donne. Pasolini racconta di aver visto i primi esemplari di capelloni nella hall di un albergo a Praga, dove temporaneamente soggiornava. La sua attenzione, come sempre, non è tanto rivolta al fenomeno in quanto tale, e quindi al cambiamento estetico fine a se stesso, ma al messaggio che quel nuovo modo di porsi vuole mandare. Infatti nei primissimi anni sessanta (nell’epoca dei Beatles, per intenderci) il capello lungo rappresentava senza dubbio la ribellione al mondo borghese e al consumismo radicalizzato. Insomma incarnava l’opposizione, la sinistra. Tuttavia Pasolini nota che circa un decennio dopo, e quindi agli albori degli anni settanta, i capelloni non sono più percepiti come simboli di ribellione o di alternativa bensì icone di un universo omologato e regredito. Lo dimostra il fatto che ormai anche le televisioni e le pubblicità sfruttano questo fenomeno per rappresentare al meglio la realtà circostante ([…] Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le cose della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere).  Qui l’analisi si fa più interessante ed entra nel vivo: l’intellettuale friulano mette davanti agli occhi del lettore la conditio sine qua non dello stare al mondo: l’obbedienza, consapevole ed inconsapevole, ad un unico modo di vedere le cose. Tutto nasce come novità ma poi finisce sempre col diventare abitudine ed omologazione. Qual è il miglior antidoto per sconfiggere questo meccanismo “perverso”? Il confronto, il dibattito e l’apertura verso l’altro, l’abbandono delle categorie. I giovani degli anni settanta, dunque, dovrebbero adesso tagliarsi i capelli per sfuggire all’ordine degradante dell’orda? Si, ma non perché costretti da qualcuno. Dovrebbero confrontarsi tra di loro, ragionare, e poi decidere se farlo o meno: soltanto il confronto porta al progresso.

SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (LA CONDANNA). In molti sostengono che la pellicola Salò o le 120 giornate di Sodoma sia stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso contenente la vita di Pierpaolo Pasolini. Fu innanzitutto il suo ultimo film (uscì tre settimane dopo la morte) ed è il compimento, cinico e senza filtri, del suo pensiero intellettuale riguardo alla società contemporanea. Per certi versi è la rappresentazione cinematografica, crudele e spietata, di un pensiero che già nel Discorso sui capelli lunghi era venuto fuori in qualche modo: una società malata che riduce l’umanità intera in schiavitù e che ne corrompe unanimemente anime e corpi. Dopo la Trilogia della Vita il Pasolini regista voleva puntare tutto sulla Trilogia della Morte, di cui Salò avrebbe rappresentato il caposaldo. Tralasciando analisi specifiche sul film e sul suo senso (ce ne sono già innumerevoli sul web e non solo) sarebbe opportuno rivolgere l’attenzione sul pubblico a cui era destinata un’opera del genere, la quale si assume la piena responsabilità di attribuire a quattro personaggi potenti ed allegorici (Duca, Monsignore, Eccellenza, Presidente) il piacere di guardare giovani ragazzi mangiare i propri escrementi o subire violenze inaudite. Siamo davanti a una sorta di tentativo di dire a chi guarda “ecco come sei, e buona visione”. Questa riflessione ci aiuta a capire e a dare un certo peso anche ad un piccolo ma importantissimo fatto di cronaca avvenuto a poche settimane dall’uscita del film, vale a dire il furto di alcune delle bobine per le quali fu chiesto un riscatto fuori logica (tale episodio è magistralmente rappresentato nella pellicola di David Grieco intitolata La macchinazione, con Massimo Ranieri nei panni di Pasolini). Salò o le 120 giornate di Sodoma è il testamento (insieme al romanzo Petrolio, rimasto incompiuto) della maturità del pensiero critico e profondo di Pierpaolo Pasolini, per il quale ha probabilmente pagato a caro prezzo.

Che cos’è un omicidio politico? E’ la storia di Pierpaolo Pasolini. Un diverso, un intellettuale, un salmone nel fiume della società capitalistica.