Letteratura italiana

Pascoli e la sua musa malata

1b66016508La poesia di Giovanni Pascoli è spesso vista, in maniera superficiale, come adatta soltanto all’età infantile, ma nelle stesse righe Pascoli nasconde il suo segreto, celato da fiori notturni e odore di fragole.

Giovanni Pascoli è senza ombra di dubbio tra i poeti più importanti italiani; eppure la sua figura ha sempre vissuto nell’ombra per la sua poetica irrazionale e fanciullesca, in favore di altri autori le cui tematiche si avvicinavano maggiormente ad un pubblico più adulto. Il problema di Pascoli è stato quello di non essere capito dai suoi contemporanei ma il tempo alla fine gli ha dato ragione. La poesia dell’autore e il suo animo travagliato si ambientano perfettamente nel decadentismo italiano, a cui dà voce con rime ricche di sonorità e paesaggi naturali in cui desidera perdersi per allontanarsi dal mondo e andare in cerca della tranquillità sperata, il suo nido. Ebbene tutta la poetica di Pascoli si fonda sulla sua ossessione di ritrovare il casolare perduto dove è cresciuto e sul senso di morte, causa primaria della rottura del suo rapporto con le radici familiari. Di fatto, non di rado le descrizioni di situazioni amene, dove il poeta sembra aver ritrovato il suo equilibrio, vengono rotte da scene di morte e crudeltà. Un esempio di ciò si ritrova in due sue poesie:

Sogno (dalla raccolta Myricae)

Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Stanco tornavo, come da un vïaggio;
stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato.

Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia, muta.
— Mamma? — È là che ti scalda un po’ di cena —
Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.

X agosto (dalla raccolta Myricae)

San Lorenzo, io lo so perchè tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perchè sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole, in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano, in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Entrambe le poesie trattano l’attaccamento del poeta per la famiglia ma guardandolo da punti diametralmente opposti. In “Sogno”, Pascoli rivive la sua fanciullezza, riportandolo indietro, nel tempo in cui tutto era tranquillo e non provava l’angoscia dell’abbandono, certo dei suoi cari intorno; in “X agosto” invece il poeta rivede la sua personale tragedia che ha corrotto per sempre il suo animo, costringendolo alla continua ricerca del perché e del come riparare tutto questo. La grandezza di Pascoli è stata quindi proprio la sua capacità di fondere due concetti inconciliabili, la famiglia e la morte, che nella sua poesia diventano una conseguenza dell’altra, creando un ciclo eterno dentro cui il poeta si racchiude.

E’ questa quindi la sua musa malata, la sua ispirazione più alta nata al contempo dal bisogno ossessivo d’esser accudito dal suo nido, restando per sempre il bambino, prima che le tragedie lo colpissero d’improvviso. Non deve stupire allora il sentimento di gelosia che spesso si coglie mentre si analizza il rapporto che Pascoli ha con le sorelle, uniche rimanenti della sua famiglia, spesso controverso, in cui lui cerca di interpretare la figura del padre, perduto in tenera età, ma è incapace di ristabilire un vero equilibrio. Proprio da questa incapacità nasce nel poeta l’estremizzazione della reclusione a tutto ciò che riguarda la sfera familiare, che desidera ritrovare ma al tempo stesso è angosciosa perché gli ricorda il dolore della morte, non ancora affrontato. Così, ne “Il gelsomino notturno” si raggiunge l’apice della condizione del poeta, che si riflette nell’ape tardiva che più non trova una cella libera, e che guarda da escluso la generazione di nuova vita, in augurio ad un amico che si apprestava a consumare la sua notte di nozze:

Il gelsomino notturno (dalla raccolta Canti di Castelvecchio)

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.