Letteratura straniera

La cieca indifferenza dell’uomo nell’opera di Saramago

saraIl capolavoro dello scrittore portoghese José Saramago come metafora dell’indifferenza

“Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente […] ma si notò subito che non erano partite tutte quante. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, pronti a spingere l’auto in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi […] l’uomo che sta dentro ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno finalmente riesce ad aprire uno sportello. Sono cieco.” 

Non un nero buio a calare sugli occhi dell’umanità, ma un abbacinante chiarore acceca poco alla volta tutti gli uomini. Così comincia il celebre romanzo Cecità di Josè Saramago. Narratore, poeta, drammaturgo, giornalista nonché unico portoghese ad aggiudicarsi il premio Nobel per la letteratura nel 1998, è stato da molti definito “visionario ed eretico”, una figura scomoda per la sua continua battaglia alla narcolessia sociale e ad ogni tipo di dittatura militare, ideologica e morale. Nato ad Azinhaga, in Portogallo, il 16 novembre 1922, durante il periodo della giovinezza abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche mantenendosi intanto con i più disparati lavori, tra cui disegnatore di bozze, giornalista, traduttore, fino a impegnarsi stabilmente nel campo editoriale come direttore letterario e di produzione, decidendo peraltro di consacrare la propria vita alla scrittura fino al 2010, anno della sua morte, con uno stile unico, originale, ironico e pungente.

Cecità, suo grande capolavoro pubblicato nel 1995, si configura come un continuo flusso di pensieri, un esperimento sociologico che analizza a fondo la natura dell’uomo, la sua prepotente malvagità, l’egoismo, la paura, il dolore. Il romanzo è ambientato in un tempo indefinito, in un luogo altrettanto imprecisato in cui improvvisamente – a causa di una strana epidemia – l’intera popolazione si ritrova cieca, perduta inevitabilmente in un “mare di latte”. Lo si potrebbe definire un saggio, un approfondimento dettagliato sull’assenza di umanità: perduta la vista, gli uomini danno sfogo ai loro istinti più bassi, privati non solo dell’uso degli occhi ma anche della compassione, della sensibilità.

Il mondo sprofonda nel caos. La situazione, di per sé paradossale, mostra con agghiacciante crudezza quanto fragile sia l’animo umano, quanto poco basti per lasciarlo sprofondare nel gorgo delle sue paure. Perdere la vista significa perdere la ragione per ritrovarsi in un profondo dramma sociale in cui vige la legge del più forte. Sopraffazione e violenza sono, purtroppo, immagini vive e sempre attuali di una società di ciechi vedenti:

Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo, non vedono.”

Saramago costringe il lettore a fare i conti con una realtà spaventosa, presente anche al di fuori delle pagine del romanzo: siamo già malati di una malattia terribile che si manifesta con l’indifferenza più assoluta. Eppure non tutto sembra perduto. L’eccezione a questo spietato individualismo si cela in una donna che possiede ancora la vista e con pazienza aiuta un gruppo di uomini e donne a districarsi in quella giungla impazzita che è diventata la loro vita. E’ quasi come un rimprovero, quello di Saramago, quasi volesse dire: siamo spacciati, ma non del tutto. Due occhi soli a testimoniare il degrado e lo squallore della società contemporanea, così cieca da non vederlo. Il fatto che nel romanzo una sola persona sia immune dal contagio lascia pensare che in pochi, oggi, si rendano conto di quanto stia accadendo. Ma la cecità di cui parla l’autore è bianca, abbacinante, non ha niente a che vedere col buio a cui siamo abituati ad associarla. Non una punizione divina, bensì un’improvvisa chiarezza, così improvvisa da sembrare al tempo stesso un avvertimento ed una lezione.

Così, la cecità rappresenta lo specchio di una cecità interiore da cui Saramago ci mette in guardia, per recuperare il senso di solidarietà per il quale, forse, si può ancora fare qualcosa.

“Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza”

scrive Saramago, fornendo al lettore una piccola scintilla di quella stessa disperata speranza negli occhi dell’unica donna che ancora vede.