Letteratura italiana

Il falso pessimismo leopardiano

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Il proverbiale pessimismo di Leopardi non è che aderenza alla realtà. È il grande realismo della vita, della quale il Poeta colse, prematuramente, l’aspetto tragico.

Il dolore, nelle sue varie forme e sfaccettature; la fugacità e precarietà dell’esistenza e l’impossibilità di darle un senso; il sentimento della morte; il rammarico per tutto “quel che la natura” prima “promette“, ma solo per “ingannare i figli” suoi, sono le terribili verità che, solitamente, non turbano l’anima dei fanciulli e degli adolescenti restando loro estranee, segrete, incomprensibili. La “tenera” età è incapace di sopportare tanta crudeltà, la quale viene perciò mascherata dalle illusioni. Le giovani coscienze restano indenni davanti alla verità del tempo mortale; la loro mitica età, la loro natura quasi “divina” le tiene al riparo dall’evento funesto, da un futuro che non può toccarle, che non appartiene a loro, perché esso è troppo distante e arretra di fronte allo sviluppo e all’esuberanza di un’età che guarda solo alla vita. La morte, al di là di essere concepita come nulla eterno o come ritorno all’eden, è un pensiero e un assillo dell’età matura. Il “pessimismo” del Leopardi è la coscienza di chi ha maturato, già nell’adolescenza, il dolore della vita; è il realismo della coscienza di fronte alla tragedia umana; è questa maturità precoce, rivelatrice dell’altra faccia dell’esistenza. Leopardi, che per indole è incline alla sofferenza, la coglie sensibilmente fuori di sé traducendola, trasmutandola in pensiero e in versi. La poesia fa da cassa di risonanza al dolore. Che la vita sia anche dolore è una verità innegabile. È forse pessimista chi acquisisce, prematuramente, questo senso spiccato dell’infelicità dell’uomo, della sofferenza del genere umano? Leopardi non traspone nell’universo la propria sofferenza, non edifica sul proprio dolore il dolore universale, ma aggiunge alla propria, la sofferenza del mondo, ne prende oggettivamente coscienza, non ne resta, in sostanza, indifferente. Non per questo, dunque, egli è pessimista! Per quanto riguarda i tre gradi del suo presunto pessimismo bisogna considerare, alla luce di quanto si è detto, che il “pessimismo” soggettivo, o individuale, è solo una forma d’ “ignoranza” circa la conoscenza e le verità del mondo; è la mancanza di esperienza della condizione altrui, un realismo, dunque, ancora latente, occultato nella sola certezza della propria solitudine e delle proprie angosce. Il “pessimismo” oggettivo, o storico, è un passo avanti verso la reale condizione umana, uno sguardo esterno, strappato dagli umori interiori e fissato sulla realtà del dolore comune, una forma di esperienza già prematura e aderente alla vita. Il pessimismo cosmico, infine, è una coscienza più alta, più profonda, un pensiero che si sviluppa fino a cogliere altre verità innegabili. Come non essere d’accordo, senza essere per questo pessimisti, sui temi trattati dal Recanatese?: la precarietà dell’esistenza, la fugacità del tempo e, dunque, della vita, le illusioni, le delusioni, il dolore, la noia, la nostalgia, la solitudine, la morte, lo “stato soave” della fanciullezza con la sua spensieratezza, con la sua incoscienza e innocenza, con il piacere dell’attesa e il gusto amaro del “dì di festa“, con i primi amori e gli innamoramenti…Sono temi universali, espressi con la purezza del sentimento, con la sensibilità di un’anima grande e profonda che ce li somministra col dolce calice della poesia, la quale toglie ogni amarezza affinando il nostro palato e facendo ricca la nostra anima. Così la bellezza restituisce alla vita il suo poema, cattura e imprigiona nell’ampio ventaglio dei versi tutto il dolore del mondo, e lo sublima, esaltandolo, con il soffio del canto, il quale modula il nostro respiro e ci seduce e c’invita al “dolce naufragio” dell’io.

È certo, questo del Leopardi, un pensiero che s’interroga, che si ripiega su di sé soffermandosi a riflettere sulla natura e sul destino dell’uomo e del mondo; ma è un pensiero “dominante”, non succubo, “che domina”, che insiste sulle domande e s’impone di rispondere, che vuole essere all’altezza del grande mistero dell’esistenza, padrone degli “interminati spazi“, dei “sovrumani silenzi“, della “profondissima quiete“, che esso riesce a immaginare oltrepassandosi, fino a mutare la propria riflessione nella decisione di immergersi, di abbandonarsi in quell’immensità, della quale scopre, senza ombra di dubbio, di essere parte. Possiamo forse chiamare pessimismo questo desiderio di annullamento, che è solo coscienza della bellezza assoluta, conquista di una realtà altra, di quell’infinito che il pensiero, facendosi sguardo e visione, finisce, dolcemente, potentemente, per ospitare e abitare? Come può essere pessimista un pensiero che gode del proprio stato di esaltazione; che conosce l’estasi; che ama la propria vertigine; che trova “dolce” il proprio “naufragio”?

Il pessimismo è tutt’altra cosa. Non ha nulla a che vedere né con la filosofia né con le verità tragiche della vita, ma ha, semmai, una ragione di essere quando annega le luci e i bagliori esistenziali in nere visioni, con pre-giudizi che contraddicono quello stato di benessere. Esso, in sostanza, non è un pensiero negativo sulla natura, sulla vita, sul mondo; non è una lente d’ingrandimento del loro stato reale di souffrance, del male di vivere connaturale a ogni essere, a ogni creatura, così come l’ottimismo non è un pensiero che rileva gli aspetti positivi di ogni forma di esistenza. Mentre questo tinge di rosa la vita tendendo a minimizzare gli accadimenti che pure vengono a turbarla, l’altro carica di nero lo spettro dei colori che la vita riesce ad esprimere, ed è incapace di intravedere all’orizzonte un lucore, qualche barlume di luce. L’ottimista, pertanto, è “miope” verso la realtà negativa, di fronte alla quale non riesce ad essere realista. Di contro, il pessimista, che non vede i lati positivi della vita, cessa di essere tale e diviene realista quando si sofferma sui suoi aspetti negativi. Dunque, il realismo esclude ogni forma sia di pessimismo che di ottimismo; esso è assente là dove sono presenti questi opposti atteggiamenti. C’è realismo, invece, nella visione idilliaca del Leopardi, trasversale in tutto il suo pensiero e manifesta, soprattutto, nei Canti, dove il cozzo della realtà non intacca minimamente l’anima nobile del nostro Poeta – la quale trova “distensione” e com-passione nella natura – né indurisce il suo cuore gentile, aperto alla purezza dei sentimenti, agli ideali e ai valori della vita e nel quale rempaira sempre amore. L’amore è un “pensiero dominante“, una presenza costante nella sua vita; è un bisogno irrinunciabile che resta insoddisfatto, e perciò vissuto come perdita irreparabile e, tuttavia, cullato e custodito come supremo ideale e sempre recuperato attraverso la dolorosa e necessaria rimembranza. Tra le donne amate, Silvia e Nerina sembrano figure irreali, trasfigurate nei nomi, ricavati dall’Aminta del Tasso, ma rese tali, soprattutto, da quel sentimento, forse tenuto segreto, puro, troppo puro per essere contaminato dal dolore, il quale, sublimato dal canto, finisce per esaltarlo, per idealizzarlo. Dall’idillio dell’anima con la natura si apre la “piccola scena” (“idillio”, in greco, significa letteralmente “piccola scena” o “piccola poesia”: con Leopardi diventa un genere con cui esprimere la propria interiorità traendo ispirazione dalla contemplazione del mondo naturale) nel teatro del mondo interiore, su cui si rappresentano le inedite visioni dello spirito, che prendono forma nelle sei liriche composte negli anni 1819-21 (L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa, Il sogno, La vita solitaria e il frammento Lo spavento notturno sono le sei poesie, dall’autore stesso definite idilli). Gli idilli nascono dalla contemplazione della bellezza della natura e sono, secondo la stessa definizione del Poeta, un’ “avventura storica dell’animo”, o del pensiero, che dall’esperienza estatica perviene alla conoscenza reale della vera natura dell’uomo e del mondo, alla consapevolezza che la vita è un alternarsi di gioia e dolore, un trascorrere del tempo nell’attesa bramosa del dì festivo, il quale cede le sue luci alla notte in cui scolora e muore il canto, che è promessa di eternità e d’infinito che si traduce nella dolorosa acquisizione del senso della caducità e della finitezza. È la verità, col suo tragico volto, che irrompe sulla “scena” idilliaca spezzando la dolce intesa con la natura, mutando in dolore, in sofferenza, in delusione il paesaggio stesso dell’anima, la quale, contro lo scoglio della realtà e contro ogni rassegnazione, oppone la dolcezza del sogno, la purezza degli ideali, la propria grandezza poetica, levando un grido di dolore che è, ancora una volta, realismo, presa di coscienza della decadenza e della perdita di quanto la natura e la vita promettono di bello e di buono nell’età dell’innocenza; e questo grido, in quanto canto poetico, è la celebrazione e la catarsi di quegli aspetti positivi che il tempo volge in nostalgia e in “tragedia”, ed è amore ed esortazione a vivere, a godere intensamente dello “stato soave“, della “stagion lieta” della fanciullezza (Il sabato del villaggio), a cogliere l’attimo fuggente che racchiude e “promette” felicità eterna.E c’è realismo e ribellione in quella mancanza di rassegnazione che esclude ogni pessimismo. A differenza del pessimista che, in quanto sa di essere causa del proprio male di vivere, trova in se stesso la realtà negativa, ed è, perciò, incline alla rassegnazione, Leopardi, nella fase del presunto pessimismo storico e in quella successiva del “pessimismo” cosmico, fa della natura il correlativo oggettivo del male di vivere, che nel giardino della souffrance – Il giardino della sofferenza, 1826 da Zibaldone di pensieri, 1817/1832 (postumo, 1898/1900) – egli rappresenta con grande realismo e senza punta di rassegnazione. La poesia, che scaturisce dalla profondità del suo pensiero e lo fa volare, è la sua anima grande che esorcizza il dolore. E qui è la quiete, dopo tanta tempesta, in questo volo a guisa d’angelo, che non è la montaliana Indifferenza, ma com-partecipazione e condivisione di quello stato di sofferenza che non è solo del genere umano. Il Poeta delle illusioni, ovvero il grande sognatore, si rivela, qui, realista proprio in quanto le illusioni s’infrangono, cozzano contro la cruda realtà, di cui egli dà alta testimonianza col suo sentimento poetico che finisce per conciliare le une con l’altra eliminando la loro contraddizione, giacché le illusioni restano e i sogni non svaniscono con l’età felice: fanno parte della realtà, sono questa realtà che li fa essere e nella quale trovano giustificazione (Lucio Zinna, in occasione di una conferenza tenuta a Palermo nel 1999, poi pubblicata su “Colapesce” nel 2000 e nei “quaderni di Arenaria” nel 2009, aveva parlato di un realismo radicale – termine da lui coniato – in contraddizione con il pessimismo del Leopardi, il quale sarebbe stato un attento e profondo “osservatore della condizione umana liricamente rappresentata al netto di ogni retorica”, colta nei suoi aspetti tragici e, dunque, messa realisticamente a nudo nella sua cruda verità.).

Nei primi idilli (1819, 1821), nel fiore della giovinezza, il pensiero del Leopardi è già maturo e si protende oltre la siepe a contemplare l’infinito, oppure torna sul colle a rimirare la “graziosa luna” trovando piacere e consolazione, sia nella sua luce che rischiara la terra, paragonata a una “selva” in cui si sente smarrito e preda del dolore, sia nella rimembranza del tempo passato, anche se vissuto anch’esso nell’angoscia (Alla luna). E ancora tra gioia e disperazione oscilla il suo pensiero, il quale indugia e riposa nell’incanto della quiete notturna, spezzato dalla consapevolezza che la vita, il mondo, la storia con le sue epoche e le civiltà sono come il dì di festa, che passa in fretta lasciando labili ricordi e consegnando ogni cosa al silenzio, alla notte profonda (La sera del dì di festa). La Natura, costante oggetto della visione, è, insieme, madre e matrigna: dolce e ospitale, offre un rifugio sicuro all’anima innamorata e travagliata del Poeta e gli è, allo stesso tempo, ostile e nemica (La vita solitaria). È, dunque, possibile che qui convivano, strettamente legati, ottimismo e pessimismo?; che il Poeta nutra verso la Natura un rapporto di amore e odio? Ma amare la natura non significa essere ottimisti, e “odiarla”, o disamorarsene, o semplicemente, realisticamente, coglierne e affermarne i tratti negativi, al di là della bellezza e della bontà che le sono proprie, non significa essere pessimisti! Uno spirito contemplativo quale il Leopardi, che non cessò mai di esserlo, non può essere pessimista né essere definito, tout court, tale. Forse sarebbe più corretto distinguere, nella sua complessiva visione del mondo, un pessimismo della ragione e un “ottimismo” degli occhi. Tuttavia, se la bellezza del creato è visibile e innegabile, ed è, perciò, una verità per gli occhi e ne giustifica l’”ottimismo”, di contro, se c’è un “inganno” da parte della natura più intima e nascosta, esso non è di-mostrato né immaginato, ma è avvertito e colto solo attraverso la vita, attraverso l’esperienza vissuta e condivisa da tutti. Siamo allora tutti pessimisti, dal momento che Leopardi dice verità altrettanto innegabili, su cui non possiamo non essere d’accordo? Che cos’è, dunque, il pessimismo della ragione, se non realismo?

Se nei grandi idilli, il pensiero volge, prevalentemente, verso il più nero e conclamato pessimismo ed evolve, tragicamente, verso il nichilismo; se esso è coscienza del dolore cosmico ed assume, essendo condivisibile, il carattere dell’universalità, allora il pessimismo non è, forse, questa coscienza universale che aderisce alla realtà? Se è così, non deve esso rinunciare alla propria denominazione e chiamarsi realismo? O forse questa coscienza deve prendere le distanze dalla realtà del dolore e tenersene fuori? E quando il pessimismo sfocia nel nichilismo, che decreta l’assenza di una finalità ultima che dia un senso alla vita e la giustifichi, e la realtà declina nel nulla che l’oltrepassa, quale appiglio, quale legame ha la coscienza con questo pessimismo, che “concependo” il nulla fuori dalla realtà glielo rende estraneo? Come può, infatti, esserci una coscienza del nulla?Se ci fosse, l’intero genere umano sarebbe destinato ad annichilirsi, e nelbuco nero del nulla finirebbero inghiottite le religioni e le divinità, le certezze e le speranze di fede in un aldilà dove fare ritorno, nella gloria della vita eterna…Per fortuna, esistono il credente e l’ateo, il teista, il politeista, l’agnostico e tutte le altre figure, appartenenti alla pluralità di dottrine caratterizzate da contrapposte credenze, che mantengono aperto il ventaglio delle possibilità circa il destino ultimo dell’uomo, con qualche buona speranza di salvezza. Nessuna di queste figure può essere considerata ottimista o pessimista. Infatti, ad esempio, l’ateo, pure essendo un nichilista, non è un pessimista, ma solo un non credente; non credere non significa essere necessariamente pessimisti, così come credere non significa essere ottimisti. Il nichilismo, allora, non è una forma di pessimismo, e viceversa; né una religione, qualunque sia il suo credo, è una forma di ottimismo, e viceversa. In seguito a queste considerazioni, è errato fare rientrare nel presunto pessimismo leopardiano il nichilismo, perché il “pessimismo”, essendo, come abbiamo più volte affermato, una presa di coscienza della realtà, esclude la coscienza del nulla, che non ha un fondamento reale.

Il pessimismo, a differenza del nichilismo, non è una vera e propria visione o concezione del mondo, ma è un “umore”, un temperamento, uno stato d’animo particolare di un individuo incline alla melanconia, e perciò portato a cogliere gli aspetti negativi della vita. In Leopardi, questa disposizione d’animo coincide e si lega con la coscienza precoce e oggettiva delle realtà negative che riguardano l’esistenza umana e del mondo e che sono universalmente riconosciute in quanto esperienza vissuta. Su questo stato emotivo, su questo sentimento negativo s’innesta il realismo del pensiero leopardiano, che, nella sua espressione più matura, si permea del dolore effettivo e naturale di tutti gli esseri viventi fino ad assumere, con la sua riflessione e profonda meditazione sull’essere, una dimensione onto-escatologica. E tuttavia, questo pensiero così “tragico”, perché specchio fedele della realtà, acquista il grado più alto della visione, ed elevandosi alla pura immaginazione si fa limpida poesia, sublime bellezza, armonia perfetta. Esso si libera, così, di ogni catalogazione ed etichetta mostrandosi come un grande Idillio, che, al di là degli “ismi”, è la denominazione che meglio gli si confà, perché è quella che lo stesso Poeta scelse per la sua poesia.

Per non ricadere nella grande “svista” di considerare, tout court, pessimista il pensiero del Leopardi, bisogna distinguere il suo stato caratteriale, la sua tendenza alla melanconia – che è tratto caratteristico di ogni artista; “umore” e “humus” che nutre il nostro Poeta – dalla coscienza vera del male o dolore esistenziale, che si traduce in poesia e in poetica lasciando intravedere in lui un desiderio profondo di catarsi. Infatti, se da un lato la melanconia predispone Leopardi al dolore, dall’altro lato essa è la Sehnsucht, lo struggimento, la “malattia del doloroso bramare”, la dipendenza dal desiderio, l’anelito a una vita migliore, a quella felicità irraggiungibile, in un mondo che possiamo definire, col Poeta, “il giardino della sofferenza”, dove è perduta ogni delizia; dove, tuttavia, al posto dell’albero della conoscenza, si leva, altissimo, l’albero della visione.

Se in alcuni luoghi della poesia leopardiana, se, soprattutto, nelle “Operette morali” il pensiero si apre su una visione apocalittica ipotizzando la fine del genere umano (Dialogo di un folletto e di uno gnomo); se “immagina” la fine del cosmo stesso (Cantico del Gallo silvestre), tuttavia nella Ginestra questa terribile ipotesi, rappresentata dalle aridi pendici dello “Sterminator Vesevo“, lascia mettere radici alla speranza, all’estremo messaggio di solidarietà umana del Poeta, il quale volge lo sguardo fiducioso verso l’avvenire e in un grande momento di “lucido” e dichiarato realismo, nonché di ottimismo, afferma chele verità fondamentali sulla natura umana furono un tempo “palesi al volgo” e, dunque, esse possono tornare ad essere accolte e condivise da tutti gli uomini “confederati”, uniti nell’amore e decisi a ricostruire un “onesto e retto” vivere civile, cessando di essere, l’uno all’altro, homo homini lupus e lottando insieme contro le avversità naturali. Se, dunque, nel deserto può nascere un fiore, cioè quella ginestra, simbolo dell’uomo che, acquistando coscienza della propria condizione, finisce per accogliere la verità e per costruire su questa la propria dignità, allora, con rinnovato spirito giovanneo, gli uomini possono ritrovare la luce, dopo avere voluto le tenebre.

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